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Gli scrittori migranti sono quelli che cambiano vita e lingua, coloro che girano il tempo e lo spazio, che trapassano mondi, che superano soglie, che accumulano lingue diverse e diverse esperienze, che si depositano all'interno delle loro valigie sempre più ricche e pesanti. C'è una città, in un libro di Italo Calvino "Le città invisibili", che potrebbe essere metaforicamente, il punto di incontro delle culture diverse. 'I mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio. Non solo a vendere o a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt'intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, ad ogni parola che uno dice - come 'lupo' 'sorella' 'tesoro nascosto' 'battaglia' 'scabbia' 'amanti', gli altri raccontano la loro storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie'.

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martedì, 15 febbraio 2005
 

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INTRODUZIONE ALLE RELAZIONI DEGLI AUTORI

a cura di Ramona Parenzan
(Associazione “Il Riccio e le mele” di Brescia)


Letteratura di migrazione in lingua italiana

Per Altre letterature si intende il nuovo filone letterario della letteratura di migrazione in lingua italiana che si sta affermando grazie a concorsi di prosa e poesia per scrittori migranti che scrivono nella nostra lingua.
Secondo le parole di G. Hajdari, autore albanese vincitore di molti premi di poesia : “La letteratura di migrazione è l’ambasciatrice ideale dei propri paesi, rispetta i confini e cerca di superarli per una interazione nella nuova identità mondiale” e ancora: “Scrivere nella lingua italiana significa sollecitare la lingua italiana stessa e nel tempo medesimo arricchire la letteratura italiana contemporanea”.

Gli scrittori migranti

Gli scrittori migranti sono quelli che cambiano vita e lingua, coloro che girano il tempo e lo spazio, che trapassano mondi, che superano soglie, che accumulano lingue diverse e diverse esperienze che si depositano all’interno delle loro valigie sempre più ricche e pesanti, coloro che sanno raccontarci i carichi e le gioie di questa intensa esperienza diasporica
Gli scrittori migranti come portavoce dei nuovi “intrusi”, testimoni di coloro di cui si teme e, nello stesso tempo, si desidera il “contagio”, di tutti coloro che per timore ci si ostina a non volere conoscere profondamente se non attraverso generalizzazioni fuorvianti.
Gli scrittori migranti come cittadini di patrie diverse delle quali portano traccia e segni come fossero granelli di sabbia dorata e finissima, sparsa nelle diverse scritture e nelle pieghe dei loro racconti, capace di ferire, a volte, e commuovere profondamente.
Gli scrittori migranti. Come coloro che contribuiscono ad accrescere la presenza del letterato nel mondo creolizzando (termine usato spesso da Armando Gnisci) le contrade dove si fermano, contaminando le nostre scritture spesso stereotipate a causa di un mercato editoriale che tende a imporre i propri stampi standardizzanti.

I libri, i racconti e le poesie degli scrittori migranti custodiscono parole preziose in grado di evocare emozioni nuove e comuni.
Grazie all’ascolto anche dal vivo delle loro testimonianze entusiaste e commosse capiamo l’importanza del racconto orale, l’arte di divenire maestri del nostro tempo (come ci insegna Saidou Moussa Ba nel suo intervento), il desiderio di svelare le fitte trame della realtà con la scrittura, gesto che può a volte suonare come coraggiosa denuncia: l’ invito a spostare lo sguardo oltre la cortina dell’indifferenza.
I libri e i racconti degli scrittori migranti ci esortano a penetrare altri mondi, a ospitarci reciprocamente per costruire insieme universi di senso, ipotizzando percorsi e progetti comuni di tipo culturale e sociale
SAIDOU MOUSSA BA
Nato a Dakar nel 1964, è in Italia dal 1988. Si occupa dei problemi dell'immigrazione e lavora nell’ambito della mediazione interculturale nelle scuole. Saidou ha molteplici interessi culturali: ha collaborato alla creazione di due film (Waalo Pendo e Bataxal) con l’Associazione Onlus Fratelli dell’uomo di Milano, è autore anche di una piece teatrale “Nessuno può coprire l’ombra” composta insieme a Marco Martinelli. E ha scritto con Micheletti A. due opere di narrativa: (La promessa di Hamadi, Ed De Agostini, 1991 e  La memoria di A, Eda, 1995). Attualmente è anche membro della giuria in molti concorsi letterari per scrittori di migrazione.
GLI “INTRUSI”

E’ prezioso incontrarsi per ascoltarsi e raccontarsi a vicenda. La promessa di Hamadi, il mio primo libro è uscito negli anni 90.
I primi immigrati senegalesi sono arrivati in Italia negli anni ’80. Per gli italiani questo fenomeno suscitava insieme sentimenti di curiosità, paura e sconcerto.
In quel periodo l’immigrato africano veniva vissuto come uno sconosciuto, un improvviso “intruso” che non parlava.
Di noi immigrati si diceva un po’ tutto (sono belli!; sporcano!). Nei giornali, in un primo tempo, venivamo definiti “marocchini”, successivamente, e poi e ancora per lungo tempo, “vu cumprà”. Tutto questo io lo vivevo, lo subivo, come fosse un lungo e fastidioso monologo.
Intanto, loro, i protagonisti ovvero gli immigrati, non parlavano, non potevano farlo, non avevano l’anima per raccontare.

ROMPERE IL MONOLOGO

Per me che vivevo la condizione dell’immigrato era importante soprattutto rompere questo monologo, volevo, era un mio forte desiderio, raccontare come siete fatti voi e come sono io, ma questa non era una operazione così semplice ed immediata perché nella mia valigia si trovavano tante domande in diversi “abiti” linguistici: in arabo, woolof (ndr lingua del Senegal), francese, inglese e tedesco ma nessuna era in lingua italiana.
Stavo allora compiendo un viaggio verso un paese sconosciuto dove io ero vissuto come sconosciuto. Mi chiedevo con insistenza come fosse possibile trovare il modo per spezzare questo monologo.
Reagire significava trovare uno strumento efficace in grado di raccontare anche il mio vissuto, uno strumento che potesse servire come denuncia della realtà e che potesse nel contempo fornire informazioni.
Questo strumento era un libro: La promessa di Hamadi.
Come ho già detto, a quel tempo, dentro la mia valigia, non disponevo della la lingua italiana, era necessario quindi collaborare con un'altra persona anche se in quel periodo non si poteva neanche immaginare che immigrati e italiani, insieme, potessero collaborare per produrre qualcosa.


INCONTRO, SCAMBIO E DENUNCIA: SCRITTURA

Il gesto di scrivere un testo di narrativa insieme ad uno scrittore italiano per raccontare la mia storia, la mia visone delle cose, ha avuto un senso fortemente politico e non solo letterario. Si era creata l’occasione migliore per fare qualcosa, per raccontarci davvero, per far conoscere la tradizione orale dell’Africa e il suo ricco, antico sapere
Scrivere un libro di tipo fortemente autobiografico significava anche dire con entusiasmo e coraggio: attenzione, non è vero ciò che dite voi giornalisti nei vostri articoli né è del tutto vero quello che voi mostrate dell’Africa in stereotipati documentari.
Scrivere la promessa di Hamadi significava rompere un monologo e, nello stesso tempo, aprire la possibilità di un incontro e un confronto reciproci tra “noi” e “voi”, per conoscerci meglio e per poter successivamente creare insieme alcuni progetti, contaminarci a vicenda e rendere, in questo modo, la società più ricca ed umana.

IMPARARE A ESSERE MAESTRI DEL TEMPO

Oggi siamo poco abituati ad ascoltare, siamo più propensi a interpretare subito.
La paura di perdere tempo ci fa essere distratti e frettolosi, domina e condiziona il nostro modo di porci di fronte agli altri, condiziona il nostro sguardo sul mondo e la nostra disposizione interiore.
Non bisogna aver paura di lasciarsi andare, di perdere tempo: dovremo, invece, sforzarci di più nel dar voce e spazio ai nostri racconti e ai racconti dell’altro.
Divenire, così, “maestri del tempo”: questa, credo, è la prima importante questione da sciogliere e da risolvere.
Quando incontro gli operatori della cooperazione decentrata e i volontari internazionali mi stupisco nell’osservare la loro fretta di conoscersi reciprocamente in poco tempo per poter passare poi, velocemente, alle questioni importanti che si intende risolvere insieme.
Ma cooperare significa, anzitutto, conoscersi, raccontarsi, confrontarsi a lungo e profondamente per camminare insieme e trovare il modo giusto per collaborare senza forzature, violenze, non detti e malintesi.
Ancora una volta, soprattutto in queste occasioni assai delicate perché riguardano il futuro anche di altra gente, sarebbe necessario imparare a essere maestri e non schiavi del nostro tempo!


GINO LUKA

Gino Luka è nato a Scutari, in Albania,  il 4 settembre 1961. Risiede attualmente in Borgo S. Lorenzo (FI), svolge l'attività di interpretariato e traduzione come free-lance nelle lingue italiano, inglese e albanese.
Nel luglio 1999 l'editrice Nuovi Autori di Milano cura l'edizione del libro "Favole albanesi".
Ha scritto una raccolta di ricette di cucina italo-albanese "Appunti di cucina" (inedito) e si prefigge di pubblicare il giornale "Norma" in lingua italiana e albanese. Nel 2003 esce, per l’Editrice Tannini, il libro bilingue di fiabe albanesi “La sposa delle acque/Nusjia e ujërave”


[…] «Mi svegliai una mattina» cominciò a raccontare l’ultimogenito «ma non era di mattina. Andai all'alveare senza favo a trovare le api operaie ma non erano api operaie, le contai sommando e sottraendo, ma non riuscii a fare i conti. Contai di nuovo le mie api e ne risultò una in meno. Essendo molto amareggiato di aver perso un'ape operaia, presi uno spillo e un seme di zucca selvatica e andai in riva al mare. Quando arrivai alla spiaggia, cercai di vedere l'ape ma non ci riuscii, allora infilai lo spillo in terra vicino alla riva, ci montai sopra e fui capace a distinguere in lontananza la mia ape. Sull’altra sponda del Mar Adriatico c'era un contadino che arava la spiaggia. A questo scopo aveva messo al giogo un bue e un'ape operaia, che riconobbi come la mia. Mi dissi: "Come farò ad attraversare il mare?" Seminai il seme di zucca in riva al mare e mi sdraiai a riposare sotto l'ombra di un albero mozzo, addormentandomi in pace a occhi aperti.Mentre dormivo, il seme di zucca era germogliato e un ramo, crescendo sulla superficie del mare, aveva raggiunto l'altra riva.

Gino Luka,Il mercante di frottole in: “La sposa delle acque/Nusjia e ujërave,” Vannini Editrice, Gussago, 2003


DOPPIA ETNICITA’

Ognuno di noi si sente una persona “sui generis”, io mi sento un cittadino italiano, sono anche un cittadino albanese e di questo ne vado fiero.
Questo sentimento è molto importante per me che ho scelto l’opzione della doppia etnicità.

L’ARTE DI TRADURRE IN SCRITTURA RACCONTI ORALI

Ho iniziato a scrivere fiabe e favole albanesi perché, in un primo momento, sentivo il richiamo forte di mia madre e di tutti i ricordi di quando ero bambino.
Il progetto è poi divenuto nel tempo quello di presentare ad un pubblico italiano alcune fiabe popolari albanesi che appartengono alla tradizione orale e al folklore. Da subito, scavando nella mia memoria e nei ricordi dell’infanzia, ho deciso di scrivere le fiabe in italiano cercando di rendere accessibili alcuni idiomi albanesi e alcune parole “tipiche” del nostro universo culturale traducibili soltanto grazie ad alcune lievi forzature.
Ho tradotto da subito, intenzionalmente, le fiabe popolari albanesi in italiano e le ho poi trascritte per far emergere in me tutti quei dubbi relativi al lavoro di traduzione che nascono in una persona che non è di madrelingua.
Successivamente sono passato alla traduzione delle stesse in albanese per arricchirle ancora di più di nuove sfumature. Quello che è emerso da questo lavoro, a tratti davvero molto complesso, è la difficoltà di trasformare in testi scritti di narrativa racconti che appartengono alla cosiddetta “oratura”.
La difficoltà, cioè, di saturare con la scrittura tutti quei vuoti occupati dalla mimica, dal timbro vocale, dalla musicalità del racconto narrato, dai gesti, dall’intonazione e dai diversi sguardi del raccontastorie.
Insomma sappiate che scrivere è tutt’altra cosa che raccontare!


UNA STORIA COMUNE CHE UNISCE

Nella fiaba “I buoi e il lupo” ho intenzionalmente lasciato la citazione in latino per far capire che i latini, arrivati in Albania dopo gli Illiri, sono anche i nostri antenati.
In Albania sono presenti moltissimi monumenti romani: un tempo Scutari veniva, infatti, chiamata Albania veneta.
Non dobbiamo assolutamente scordarci che Italia e Albania sono strette da una storia che le accomuna da secoli. L’alfabeto albanese, tra l’altro, è scritto in carattere latino!


IL BILINGUISMO COME VALORIZZAZIONE DELLA PROPRIA CULTURA

La sposa delle acque/Nusjia e ujërave, il mio ultimo libro, riporta le fiabe in doppia versione: in italiano e in albanese. Il bilinguismo è una scelta non solo di tipo culturale ma anche “didattica” e per così dire “sociale”.
Un aspetto prezioso del bilinguismo è il fatto che i bambini e i ragazzi albanesi possano leggere le fiabe anche in albanese. La doppia versione della traduzione permette loro di continuare ad alfabetizzarsi nelle loro lingua madre, lingua degli affetti e dei ricordi.
Questo fatto, sicuramente, ha dei rimbalzi sull’autostima.
Noi sappiamo bene, nel lavoro di mediazione culturale presso le scuole, che i ragazzi albanesi non nutrono un grande rispetto verso la loro lingua e la loro cultura, tutt’altro!
Essi, nella maggioranza dei casi, sono convinti che conoscere l’albanese, approfondirne lo studio e conoscere anche la propria cultura, non servi a nulla.
I ragazzi albanesi emigrati in Italia non sono consapevoli dell’importanza e della bellezza della loro cultura, si sentono spesso soprafatti e assimilati: in questo modo e di conseguenza, reagiscono con violenza.
Io, nel ruolo di mediatore culturale e come autore, cerco, invece, di aiutarli offrendomi a loro come un esempio di sicurezza e di orgoglio sano, sentimento prezioso, questo, per l’autostima.

QUALE PATRIA?

Sono contento di sentirmi nello stesso tempo sia italiano che albanese. Dopo 12 anni in Italia, quando torno in Albania mi sento un po’ svuotato: è la mia patria ma nello stesso tempo non lo è più.
La mia patria è dove trovo spunti spirituali, dove pubblicano i miei libri, dove si fermano ad ascoltarmi con così tanta pazienza.
Vivere in un contesto dove c’è una situazione di crisi, dove si verifica un malessere generale è doloroso, e lo è a maggior ragione per me che mi sento un’artista. diventa un’ esperienza frustrante, diventa un limite alla creatività.
Io non abbandono la mia patria, non la rifiuto, semplicemente la lascio lì: lei continuerà a fare il suo corso.
Spero, presumo, di avere aiutato la mia patria nell’avervi fatto conoscere l’esistenza di un “pezzo” importante della sua cultura e del suo folklore che si aggiunge a tanti altri importanti valori che custodisce da sempre. Spero anche di avervi aiutato a capire che solo collaborando insieme si può raggiungere un maggiore progresso.


YOUSEF WAKKAS

Nato in Siria nel 1955. Dal 1995 scrive racconti in lingua italiana partecipando così a vari concorsi. É stato più volte tra i vincitori del premio letterario per scrittori migranti Eks&Tra, attraverso cui ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica per il suo impegno nell’ambito della letteratura della migrazione. Superando le difficoltà e talvolta l’ostilità dell’ambiente penale, Wakkas cerca con i suoi scritti di dare voce ed immagine alla versione più disagiata dell’immigrazione: quella dell’immigrato delinquente.

[…] Tra le sfilate di questi personaggi, spuntano, immancabilmente, gli stranieri. Arabi, albanesi, africani e slavi. La regola è quella di compatirsi a vicenda tra loro e con i carcerati italiani. Al contrario di quello che si presume all’esterno, non esiste un razzismo etnico, bensì economico. I soldi sul libretto della spesa, cancellano il colore della pelle e demoliscono qualsiasi tipo di barriera culturale.
Infine, non mancano i piccoli Napoleoni che sognano di controllare tutto il mercato della droga e dell’estorsione, e neanche i vari Hitler, ossessionati di bruciare tutti i brutti e creare un mondo di “Razza”. Ci sono i sosia in miniatura di Gengis Khan, Stalin; Jack lo squartatore, Al Capone e Frankestein. Insomma qui siamo faccia a faccia con l’umanità, nelle sue virtù esaltanti e nella sua infinità assoluta.

Yousef  Wakkas, Fogli sbarrati, Edizioni Eks&tra, Rimini, 2002


ESCLUSIONI

Vorrei aprire con un immagine: in un bar gremito di clienti, intorno all’ora dell’aperitivo serale, entra un signore anziano con i capelli bagnati, e dopo aver sorseggiato il suo vino, si mette a raccontare ai suoi amici un fatto incredibile che gli era capitato poco prima. Sorpreso dalla pioggia, racconta che una ragazza cinese si era avvicinata a lui offrendosi di proteggerlo con il proprio ombrello fino alla fermata dell’autobus. I presenti, invece di condividere il suo entusiasmo, rimasero muti, quasi a rimproverarlo silenziosamente per quell’eccessivo compatimento.
A questo punto il signore anziano, come per farsi perdonare una colpa, aggiunse: “Però non vi dico come puzzava!”. “Ecco, raccontala giusta; bisogna stare alla larga da questa gente!”, fu il commento compiacente degli altri.
Come si può notare nei casi di esclusione, che non sono necessariamente forzati, l’attenzione non si sofferma tanto sull’esclusione quanto, piuttosto su meccanismi più sottili che riguardano l’assunzione di ruoli predefiniti e una gestione più efficace dell’imbarazzo e della crudeltà spontanea e spesso istintiva. Questo esempio serve a mostrare il confronto, lo scacco e la lotta tra un mondo minore, ma potente, e tanti altri mondi, maggiori ma quasi invisibili.(il famoso 80% della popolazione mondiale)
In silenzio, si continua a combattere una feroce battaglia di affermazione ritualistica, procedendo allo stesso tempo con eroismo ed opportunismo, sul filo di un equilibrio precario che minaccia di capovolgere posizioni predefinite. L’individuo escluso, specie attraverso l’utilizzo di parole che emarginano e procurano profonde ferite, tende, così, a far assumere su di sé un ruolo voluto da altri (ndr in psicologese si chiama “profezia autoavverantesi”)

LA SCRITTURA COME ARTIFICIO CONTRO LA SOFFERENZA

Caratteristico nel suo modo di arrampicarsi sul vetro, a volte l’immigrato ricorre all’artificio, immaginando, solo in prospettive astratte, il proprio futuro che consiste nello sperimentare le possibilità offerte all’applicazione del lessico e della cultura del paese ospitante. E’ così che sono nate le mie prime esperienze. Tentativi timidi, inizialmente, che presto, però, sono riusciti a mostrare ciò che tenevo in serbo, da tempo, dentro di me.
Un andamento incerto, moderato, ricco di emozioni diverse. La legge impone lunghe attese, interminabili procedure, sofferenze lente. ma poi, all’improvviso quasi, arriva l’esasperazione forte e potente capace di far toccare il fondo della tristezza.

FOGLIO BIANCO: LA DIFFICOLTA’ A RACCONTARE EMOZIONI IN UNA LINGUA DIVERSA

Ricordo che la mia prima ispirazione esigeva molte parole e mi rivelava la mia impreparazione, mi spingeva impietosamente fino a un punto irraggiungibile della mia capacità linguistica. Non potevo rassegnarmi: il confronto con il foglio bianco diventava una vera battaglia durante la quale una parte di me cedeva lentamente mettendo a nudo passioni e sentimenti che fino ad allora parevano inesistenti.
Ciò accadde senza preavviso, e da quel giorno lontano del 1995 non ho mai smesso di scrivere. La scrittura, d’un tratto, è divenuta, così, il mio pane quotidiano, il gesto attraverso il quale, ogni giorno, metto alla prova la parte più sconosciuta di me che lentamente svelo agli altri e a me stesso con l’entusiasmo di un esploratore.
Dopo cena, mentre i miei compagni seguivano i programmi di prima serata, io mi chiudevo in bagno e, con il quaderno appoggiato sulle ginocchia, mi mettevo a scrivere per delle ore.
Pur ignorando forme e strutture letterarie, riuscivo istintivamente ad evitare i trabocchetti della cronaca o a scivolare in sovrabbondanti e ridondanti descrizioni.
Non mi attirava l’evento di per sé ma ciò che dietro si nascondeva. Cercavo di capirlo, analizzarlo, ben consapevole che esso non poteva essere messo a fuoco senza l’utilizzo di un linguaggio appropriato che fosse in grado di fare da tramite fra me e il lettore.
Un linguaggio semplice, ma potente e letterario, capace di trasmettere passioni ed emozioni.

LA REALTA’ SURREALE DEL CARCERE

Qualsiasi lettore sa che cosa è un carcere. La prima cosa che può venirgli in mente è la sua austerità, la dura vita che si vive lì dentro.
Nel testo “Fogli sbarrati” ho cercato, attraverso ritratti veloci di alcuni personaggi e di alcuni ambienti, di offrire al lettore un quadro abbastanza completo di questa realtà e di trasmettergli anche le emozioni che si vivono in questa esperienza.
Attraverso il racconto, gli ambienti e i personaggi descritti nel libro ho cercato di dipingere la dimensione surreale e tragicomica di un ambiente carcerario.
In realtà, sia i personaggi che gli episodi riportati nel libro, sono frutto di lunghi anni di reclusione, il riassunto di una quotidianità opprimente che non risparmia nessuno.

LA SCRITTURA COME RINASCITA

 La scrittura mi ha permesso di aprire un piccolo valico tra le mura alte del carcere e, nello stesso tempo, ha permesso ad altre persone di conoscere alcuni segreti nascosti che appartengono ad un ambiente e ad una realtà dove la libertà e tutto ciò che ne deriva diventano un optional nel vero senso della parola.
Non è un caso se l’esistenza del mio percorso inizia con la scrittura: essa ha provocato dentro di me un profondo mutamento etico e morale.
 La prima cosa che ho imparato è stata quella di rinunciare per sempre a tutti quegli “ideali” che mi hanno portato dietro le sbarre. Questi lampi di consapevolezza di una nuova realtà “esistenziale” che stavo vivendo sono esplosi un giorno per dare vita ad una stagione di ricca di nuove prospettive.
Un libro non può cambiare la realtà ma può comunque renderla più visibile.
In questi ultimi anni ho scritto molto ma questa è la mia prima esperienza con il mondo dell’editoria anche se ci tengo a dire, come più volte ribadisce il prof. Armando Gnisci (ndr il maggior esperto in Italia di letteratura di migrazione), che l’industria culturale italiana tende per questioni di mercato a livellare e a “normalizzare” scritture e stili che esulano dallo standard, trasformando, così, i testi, con tutta la loro carica creativa ed “eversiva”, in una specie di comunicazioni postali.


RACCONTARE STORIE: LE NOSTRE LINEE DI FUGA

All’interno del carcere sono presenti tante “linee di fuga”. La reclusione forzata spinge le persone alla ricerca di uno spazio e di una modalità per passare il tempo. La strategia diventa quella di inventare storie semplicemente per avere la scusa di parlare e di dialogare. Negli altri che ascoltano c’è comunque sempre un sentimento di comprensione. Tutti ascoltiamo storie che già abbiamo sentito, che già conosciamo solo per mostrarci solidali con chi le racconta.
Ultima nota: se per molti la vita è un vigilante rigoroso, per chi sta dietro le sbarre essa diventa un’esigenza indispensabile. L’uomo è comunque sempre capace, con il pensiero e l’immaginazione, di sollevarsi al di sopra dei disagi dell’esistenza.
Noi dobbiamo la nostra vita a queste emozioni, a questi sentimenti e al desiderio di trasmetterli agli altri.
 Per ora non ho progetti, continuo semplicemente a scrivere … Poi si vedrà.

LA LETTERATURA DI MIGRAZIONE COME DISPOSITIVO DIDATTICO
Riporto la testimonianza di Saidou Moussa Ba per far comprendere l’importanza della testimonianza dello scrittore migrante e della proposta alla classe di opere culturali artistiche e letterarie di vari paesi e autori anche in un contesto scolastico
Una mattina sono andato a lavorare in una scuola superiore, per un incontro con una classe dell'ultimo anno. Lo scopo dell'incontro era la visione e la successiva discussione comune del film "Questo vento mi fa male". I ragazzi hanno reagito molto bene, approfondendo i loro pensieri e dicendo di aver modificato il loro modo di vedere. Tra di loro c'era un ragazzo silenzioso, ma che guardava con interesse. Così, senza rendermi conto che non era italiano, gli ho chiesto il suo parere. Lui subito mi ha risposto con una voce molto emozionata: "Io sono straniero!" "Di dove" domandai "Del Salvador". E così chiesi ai loro compagni se lo conoscevano. Ovviamente sapevo che la risposta sarebbe stata sì. Ma continuai chiedendo cosa conoscevano davvero di lui.  "È una bravo giocatore di calcio"."È simpatico, è aperto". Io continuai a chiedere:
"Ma ragazzi, questa è una cosa normale. Tutti giocano a calcio, possono essere più o meno simpatici e così via. Perché questo è il vostro modo di pensare, sono regole che definite voi. Ma di lui, della sua parte straniera, della sua essenza salvadoregna, cosa conoscete?" Ci fu un grande silenzio. Col mio sguardo potevo vedere il ragazzo del Salvador, come se fosse annegato e stesse cercando di riemergere. E subito gli chiesi:
"Tu hai mai raccontato qualcosa del Salvador?" "Nessuno me lo ha chiesto!" "E tu non hai cercato di raccontarlo?" "Non trovavo mai il momento giusto!" E, come una liberazione, cominciò a raccontare del suo Paese, della sua lingua, la sua cultura, il cibo.. I ragazzi erano molto interessati e meravigliati, e così hanno capito che il loro compagno oltre alle similitudini ha anche una sua diversità che lo fa essere la persona che è. Questo è stato un momento di arricchimento per tutti. Alla fine dell'incontro parlai con l'insegnante che mi ha detto:
"Io ho fatto un errore. Ho sempre insegnato a questo ragazzo la letteratura italiana, la nostra lingua, parlando dei padri della lingua, di Dante e di Petrarca, di Manzoni, dimenticando la sua letteratura. Anche io mi sento in colpa come se l'avessi tenuto io sott'acqua".
 

Postato da: alp alle 06:09 | link | commenti (2) | Torna su


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martedì, 01 febbraio 2005
 

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Sotto un altro cielo

Donne immigrate a Torino: generazioni a confronto

 di Enrico Miletto

 

 (Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2004, € 15)

Il volume raccoglie i risultati di una ricerca, promossa dalla Fondazione Vera Nocentini e dalla Fnp - Cisl Area Metropolitana Torinese e realizzata con il contributo dell’Assessorato alla famiglia e ai Servizi Sociali del Comune di Torino, sulla parabola migratoria di donne immigrate a Torino negli anni del boom economico e di protagoniste degli attuali flussi migratori.

Il lavoro, grazie all’utilizzo incrociato di fonti diversificate, dà spazio alle storie di vita di donne per le quali Torino non rappresenta solo un polo attrattivo di rilievo, una risorsa da sfruttare, ma assume i connotati di una nuova realtà con cui confrontarsi, convivere e integrarsi.

Ad essere evidenziati sono gli aspetti peculiari del percorso migratorio che porta con sé i temi della partenza, dell’arrivo e del contatto con una nuova realtà, delle difficoltà di inserimento e integrazione in città, del rapporto con i torinesi e della nostalgia per le terre lasciate.

Un confronto tra generazioni, dal quale emerge come a distanza di anni la scelta di emigrare mantenga una linea di continuità pressoché immutata nel tempo che porta le nuove immigrate a trovare, accanto alle caratteristiche tipiche del percorso migratorio, difficoltà del tutto simili a quelle provate da chi, prima di loro, si è trovato a dover percorrere la dolorosa strada dell’emigrazione.

Indice. Torino nella grande emigrazione – Le voci dell’immigrazione: le testimoni – L’emigrazione – L’arrivo a Torino – Le donne anziane tra partecipazione politica, civile e tempo libero – Le testimoni e i nuovi immigrati -  Torino e la nuova immigrazione – Le testimoni – L’emigrazione – L’arrivo a Torino – Intolleranza e discriminazione – I percorsi dell’integrazione – Il rapporto con gli anziani

Enrico Miletto è ricercatore presso la Fondazione Vera Nocentini di Torino con la quale ha collaborato alla realizzazione del documentario Torino-Vanchiglia: storie di ieri. Autore del volume L’identità storica incontra le diversità del futuro: memoria e immagini della Barriera di Milano e della Polisportiva River Mosso (Neos Edizioni, Torino, 2002), collabora con l’Istituto della Resistenza di Torino per il quale ha realizzato l’e-book Torino 1938-1945: la città delle fabbriche e ha recentemente pubblicato il volume Con il mare negli occhi. Storia, luoghi e memorie dell’esodo istriano a Torino (Franco Angeli, Milano, 2005)

 

 

 

 

 

 

Il volume è disponibile presso la Fondazione Vera Nocentini al prezzo scontato di 12 €.

Via Barbaroux, 43

10122 Torino

 

 

 

Tel: 011- 547168      011 – 532530

Fax: 011 – 547168

e-mail: veranoce@arpnet.it

sito: www.arpnet.it/veranoce

 

 

 (Torino, Edizioni Angolo Manzoni, 2004, € 15)

Il volume raccoglie i risultati di una ricerca, promossa dalla Fondazione Vera Nocentini e dalla Fnp - Cisl Area Metropolitana Torinese e realizzata con il contributo dell’Assessorato alla famiglia e ai Servizi Sociali del Comune di Torino, sulla parabola migratoria di donne immigrate a Torino negli anni del boom economico e di protagoniste degli attuali flussi migratori.

Il lavoro, grazie all’utilizzo incrociato di fonti diversificate, dà spazio alle storie di vita di donne per le quali Torino non rappresenta solo un polo attrattivo di rilievo, una risorsa da sfruttare, ma assume i connotati di una nuova realtà con cui confrontarsi, convivere e integrarsi.

Ad essere evidenziati sono gli aspetti peculiari del percorso migratorio che porta con sé i temi della partenza, dell’arrivo e del contatto con una nuova realtà, delle difficoltà di inserimento e integrazione in città, del rapporto con i torinesi e della nostalgia per le terre lasciate.

Un confronto tra generazioni, dal quale emerge come a distanza di anni la scelta di emigrare mantenga una linea di continuità pressoché immutata nel tempo che porta le nuove immigrate a trovare, accanto alle caratteristiche tipiche del percorso migratorio, difficoltà del tutto simili a quelle provate da chi, prima di loro, si è trovato a dover percorrere la dolorosa strada dell’emigrazione.

Indice. Torino nella grande emigrazione – Le voci dell’immigrazione: le testimoni – L’emigrazione – L’arrivo a Torino – Le donne anziane tra partecipazione politica, civile e tempo libero – Le testimoni e i nuovi immigrati -  Torino e la nuova immigrazione – Le testimoni – L’emigrazione – L’arrivo a Torino – Intolleranza e discriminazione – I percorsi dell’integrazione – Il rapporto con gli anziani

Enrico Miletto è ricercatore presso la Fondazione Vera Nocentini di Torino con la quale ha collaborato alla realizzazione del documentario Torino-Vanchiglia: storie di ieri. Autore del volume L’identità storica incontra le diversità del futuro: memoria e immagini della Barriera di Milano e della Polisportiva River Mosso (Neos Edizioni, Torino, 2002), collabora con l’Istituto della Resistenza di Torino per il quale ha realizzato l’e-book Torino 1938-1945: la città delle fabbriche e ha recentemente pubblicato il volume Con il mare negli occhi. Storia, luoghi e memorie dell’esodo istriano a Torino (Franco Angeli, Milano, 2005)

 

 

 

 

 

 

Il volume è disponibile presso la Fondazione Vera Nocentini al prezzo scontato di 12 €.

Via Barbaroux, 43

10122 Torino

 

 

 

Tel: 011- 547168      011 – 532530

Fax: 011 – 547168

e-mail: veranoce@arpnet.it

sito: www.arpnet.it/veranoce

 

Il volume raccoglie i risultati di una ricerca, promossa dalla Fondazione Vera Nocentini e dalla Fnp - Cisl Area Metropolitana Torinese e realizzata con il contributo dell’Assessorato alla famiglia e ai Servizi Sociali del Comune di Torino, sulla parabola migratoria di donne immigrate a Torino negli anni del boom economico e di protagoniste degli attuali flussi migratori.

Il lavoro, grazie all’utilizzo incrociato di fonti diversificate, dà spazio alle storie di vita di donne per le quali Torino non rappresenta solo un polo attrattivo di rilievo, una risorsa da sfruttare, ma assume i connotati di una nuova realtà con cui confrontarsi, convivere e integrarsi.

Ad essere evidenziati sono gli aspetti peculiari del percorso migratorio che porta con sé i temi della partenza, dell’arrivo e del contatto con una nuova realtà, delle difficoltà di inserimento e integrazione in città, del rapporto con i torinesi e della nostalgia per le terre lasciate.

Un confronto tra generazioni, dal quale emerge come a distanza di anni la scelta di emigrare mantenga una linea di continuità pressoché immutata nel tempo che porta le nuove immigrate a trovare, accanto alle caratteristiche tipiche del percorso migratorio, difficoltà del tutto simili a quelle provate da chi, prima di loro, si è trovato a dover percorrere la dolorosa strada dell’emigrazione.

Indice. Torino nella grande emigrazione – Le voci dell’immigrazione: le testimoni – L’emigrazione – L’arrivo a Torino – Le donne anziane tra partecipazione politica, civile e tempo libero – Le testimoni e i nuovi immigrati -  Torino e la nuova immigrazione – Le testimoni – L’emigrazione – L’arrivo a Torino – Intolleranza e discriminazione – I percorsi dell’integrazione – Il rapporto con gli anziani

Enrico Miletto è ricercatore presso la Fondazione Vera Nocentini di Torino con la quale ha collaborato alla realizzazione del documentario Torino-Vanchiglia: storie di ieri. Autore del volume L’identità storica incontra le diversità del futuro: memoria e immagini della Barriera di Milano e della Polisportiva River Mosso (Neos Edizioni, Torino, 2002), collabora con l’Istituto della Resistenza di Torino per il quale ha realizzato l’e-book Torino 1938-1945: la città delle fabbriche e ha recentemente pubblicato il volume Con il mare negli occhi. Storia, luoghi e memorie dell’esodo istriano a Torino (Franco Angeli, Milano, 2005)

 

 

 

 

 

 

Il volume è disponibile presso la Fondazione Vera Nocentini al prezzo scontato di 12 €.

Via Barbaroux, 43

10122 Torino

 

 

 

Tel: 011- 547168      011 – 532530

Fax: 011 – 547168

e-mail: veranoce@arpnet.it

sito: www.arpnet.it/veranoce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Categoria: saggi

lunedì, 31 gennaio 2005
 

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CULTURA/Libri 
 
 
Lo stivale meticcio 
di Alessandro Dal Lago
25/01/05 
Malek Sayad, il sociologo delle migrazioni e dell’esistenza migrante scomparso qualche anno fa, notava che gli studi migratori sono abbastanza marginali, se non disprezzati, nel panorama delle scienze sociali. Se si considera la letteratura prevalente in questo settore, è difficile essere in disaccordo. Grosso modo, saggi e articoli sui fenomeni migratori si possono dividere in quattro categorie: la letteratura grigia, che riporta solo dati, spesso relativi a realtà limitate (ne esiste una produzione sterminata, soprattutto a opera di enti locali, che è impossibile, e in fondo inutile, conoscere); la letteratura benintenzionata, per lo più dedicata allo stucchevole tema del multiculturalismo; gli anatemi, che qualche volta sono semplici pamphlet oscurantisti (alla Oriana Fallaci), ma più spesso si travestono da contributi scientifici su temi come la criminalità degli immigrati o la demografia della paura; infine, gli studi competenti, di taglio quantitativo o interpretativo. Il numero limitato di questi ultimi è dovuto soprattutto al fatto che pochi argomenti come l’immigrazione sono così gravidi di presupposti incontrollati, pregiudizi di ogni tipo, pulsioni utopiche o distopiche. In fondo parlare di immigrati – questi alieni per definizione – significa, come diceva Sayad, parlare di noi. E raramente, quando parliamo di noi, siamo obiettivi.
Ma il discredito di cui gli studi migratori godono nelle scienze sociali non deriva solo dai loro difetti. Ha anche a che fare con la miopia scienti.ca nell’era di una divisione del lavoro esasperata. Studiare le migrazioni che cosa comporta? Inevitabilmente, parlare di un qui e di un là, di noi e degli altri, di politiche migratorie e realtà demografiche, di stereotipi conoscitivi e mediali e di esistenze, di una realtà, insomma, sfaccettata, fluida, composita. Se vogliamo, le micidiali semplificazioni da cui la realtà migratoria è spesso occultata nel cosiddetto discorso scientifico – che so, multiculturalismo contro identità degli autoctoni, invasione contro accoglienza, criminalità contro tolleranza ecc. – dipendono anche dal disagio con cui noi sociologi, gente abituata alle banalità di categorie, ipotesi e statistiche, affrontiamo mondi così sfuggenti. Le migrazioni sono, per usare un celebre concetto di Marcel Mauss, fatti sociali totali. Ed è veramente difficile essere scienziati sociali totali.

Le migrazioni sono fatti sociali totali, per il semplice motivo che sono spostamenti nel mondo di esseri umani. E un essere umano che migra è un fatto sociale totale più di ogni altro. Su questo bisogna essere chiari. Studiare il comportamento elettorale, la cultura delle discoteche o la propensione all’attività imprenditoriale signi.ca studiare gli attori sociali in situazioni, di vita o di scelta, limitate. È vero, come avvertirebbe un sociologo di orientamento fenomenologico, che dietro quei numeri, quelle tabelle e quelle percentuali ci sono esseri umani complessi e in qualche modo inconoscibili. Ma resta il fatto che, con tutta la mia complessità biografica, io ho votato alla fine per un certo partito, e il mio gesto può essere computato insieme a migliaia di altri. Al limite, la scelta mia e degli altri elettori sarà incrociata con altre variabili, di un campione o di un universo, ma fino a un certo punto. A nessuno interesserà sapere, per esempio, se ero contento mentre votavo, oppure che razza di futuro associavo alla vittoria di una coalizione politica o di un’altra. Insomma, alla scienza interessa spiegare il mio comportamento in quelle circostanze, e solo in quelle, e non la complessità dei miei punti di vista e delle mie esperienze. Con le migrazioni è tutt’altra faccenda. Se volete comprendere qualcosa dei migranti – perché migrano, come migrano e soprattutto come vivono quando arrivano nelle società di destinazione – non fate troppo affidamento sui numeri, o almeno non esclusivamente. Perché vi trovate di fronte a esseri umani che non solo mettono in gioco, grazie al fatto di essere partiti da un paese per trasferirsi in un altro, tutta la loro esistenza, ma portano sulle spalle, per così dire, due fardelli: quello della società che hanno abbandonato e quello della società in cui cercano di giungere e fermarsi.

Sì, lo ripeto, esistenze gravate dal fardello di due società – questa è la definizione che propongo dei migranti. Provate a pensarci. Nella vostra vita di cittadini riconosciuti, titolari di una carta d’identità o di un passaporto, di nome, famiglia, studi e prospettive di lavoro, voi non dovete provare mai chi siete. Al limite, inventano per voi definizioni aggiuntive – giovane, marginale, intellettuale, o quello che vi pare – ma nessuno può obbligarvi a farla propria. Pensate invece al migrante. Costui, per dirla ancora con Sayad, non è più quello che era quando viveva a casa sua, e non è ancora quello che vorrebbe essere. Come un fantasma, è privo di consistenza, di un’identità solida, ancorata (parlo di un’identità sociale e pubblica, non di altre cose). Di conseguenza, non esiste socialmente. E questo non avviene soltanto quando, per esempio, cerca di traversare le acque internazionali per entrare nelle nostre, dopo aver abbandonato quelle del suo paese. Ma avviene soprattutto quando si trova tra noi, senza che noi lo riconosciamo o ne avvertiamo la presenza. E qui si manifesta un fatto paradossale, anche se universalmente accettato, dall’antica Grecia ai nostri giorni. Se non hai la mia nazionalità (e non sei un turista che paga), allora non esisti nella mia città. Puoi parlare accettabilmente la mia lingua, lavorare per me o per i miei simili, fare insomma tutto quello che faccio io, ma non esisti. Questa non è una boutade o un’esagerazione, è la semplice realtà. In Grecia, i meteci, gli stranieri che, senza essere schiavi, non erano cittadini legittimi, conducevano un’esistenza materiale, ma non sociale e politica. Non votavano in assemblea e non combattevano per la polis, e quindi potevano essere espulsi in ogni momento, imprigionati e anche uccisi, se per esempio la città da cui provenivano scendeva in guerra con quella in cui vivevano. Analogamente, un migrante tra voi può essere improvvisamente espulso, se perde il lavoro, se non gli rinnovano i permessi, se commette un reato, se insomma per qualsiasi motivo i pubblici poteri decidono che la sua esistenza materiale non è più ammissibile. Direte: ma questo è un caso limite. Allora, ecco una domanda. Che spazio ha nella vita di relazione vostra e in quella dei vostri conoscenti un migrante, a meno che non si tratti della donna che fa le pulizie in casa vostra?

Portare due fardelli vuol dire portare sulle spalle due pesi, non due opportunità. La società da cui il migrante è partito lo considera per lo più un fuggitivo, a meno che egli periodicamente non ritorni con del denaro in tasca, un’automobile, dei doni per tutti (ecco qui l’umanissima tendenza di tanti migranti a pavoneggiarsi, quanto rientrano per le vacanze, con i beni di consumo su cui hanno potuto mettere le mani). E quella in cui cerca di vivere lo ritiene per lo più un intruso, un disturbatore potenziale, un problema e raramente, molto raramente, un essere umano. Oppure il rappresentante di un’altra cultura o religione, un potenziale criminale, un fattore di inquinamento “etnico”, l’espressione di una differenza, uno sgozzatore di agnelli, un semi-selvaggio, un corpo esotico – qualsiasi cosa che noi non siamo. Ma non un essere umano come noi. Il migrante porta il fardello della sua società, perché in essa si è formato, educato, costruito come essere sociale, e della nostra, perché è in questa che si deve riformare, rieducare, ricostruire se vuole vivere e sopravvivere.
Vi sembra poco, essere allo stesso tempo due attori sociali, e tutti e due negativi?
Il peggio, a mio avviso, non è neanche che il migrante finisce quasi sempre per collocarsi tra un non-più e un non-ancora. Il dramma, invisibile e spesso difficile da comprendere, è che, oltre alla sua duplice condizione, noi gliene affibbiamo una terza, quella di parte per un tutto. E qui dobbiamo chiamare in causa la cultura. Noi, nella vita quotidiana, raramente ci pensiamo come membri di una cultura. Se siamo colti, riconosceremo facilmente di essere attori culturali, perché mangiamo in un certo modo, crediamo in certe cose, parliamo una certa lingua e così via. Ma difficilmente tematizziamo tutto ciò. E soprattutto ci distinguiamo dalla cultura in cui viviamo. Non possiamo non dirci cristiani, come voleva Benedetto Croce, ma se siamo cristiani, ciò avviene in un’infinità di modi, dal mero essere battezzati senza credere alla fede più integrale. Nessuno ci può imporre una religione, una dieta, che libri leggere, per che squadra tifare e così via.

La cultura, dunque, non è nel nostro caso un mantello, una gabbia, una divisa ma un’opportunità, un complesso di opzioni entro cui possiamo effettuare le nostre scelte. Per i migranti, invece, la cultura è come una maledizione, verrebbe voglia di dire un atavismo imposto.
È del tutto ovvio per noi che un migrante sia identificato preliminarmente non dalle sue coordinate oggettive – età, genere, nazionalità, titolo di studio, qualifiche professionali – ma dalla sua appartenenza culturale. Appartenenza che in ogni caso non può che assumere caratteristiche di estraneità, differenza e ostilità: islamico, arabo, maghrebino, sottosviluppato, povero, del terzo mondo, sudamericano, orientale ecc. Definizioni che non vogliono dire nulla, perché sono generiche, arbitrarie, bislacche, ma che in ogni caso precederanno cognitivamente la sua presenza tra noi (e non parliamo di etichette infamanti come “extracomunitario”, “clandestino” e così via).

Che sia magnanima o intollerante, la retorica del multiculturalismo – diffusissima tra noi, a destra e a sinistra, tra laici e cattolici – assume che non meglio identificate caratteristiche culturali orientino il comportamento del migrante quando è tra noi. Facendone il terminale non di relazioni sociali complicate e da accertare, ma di un rigido determinismo, il multiculturalismo tratta il migrante come un essere minore o incapace, anche quando pensa di “accoglierlo”, “riconoscerlo”, “accettarlo”. È così che le nostre istituzioni – locali, assistenziali, sociali, educative, formative – tratteranno il migrante non come un attore sociale ma come un animale culturale, il che vuol dire come una sorta di curiosità esotica o di tabula rasa su cui tracciare le coordinate fondamentali del nostro ordine. È evidente che, al pari di noi, un migrante è anche un essere culturale, il quale pretende il riconoscimento di qualcosa che gli è specifico (stili di vita privati, credenze, lingua ecc.). Ma il punto è che noi vediamo in lui solo questo qualcosa, mentre tutto il resto – cambiamenti, ambiti di scelta, progetti, interazioni, piani di vita – non ci interessa, salvo attribuirlo a qualche tipo di patologia o di differenza irriducibile. Un migrante, in realtà, vuole vivere tra noi come noi e quindi, anche se vuole essere rispettato per quello che è o era prima, non ha alcuna intenzione di essere inchiodato alla sua biografia culturale per il resto della sua esistenza.
Insomma, pretende, esplicitamente o no, l’uguaglianza sociale, al limite mantenendo la sua specificità culturale. Ma questa uguaglianza noi non siamo disposti ad accordargliela. Basta, a questo proposito, consultare i provvedimenti legislativi che lo riguardano (legge Turco-Napolitano, legge Bossi-Fini) i quali, a onta del diverso orientamento politico, insistono su un solo aspetto: il migrante non può avere i nostri diritti, non può essere processato come noi, godere delle nostre libertà sociali (cercare un lavoro, avviare un’attività imprenditoriale), insomma esistere socialmente senza che noi lo autorizziamo preventivamente.

E, come è naturale, tutto questo in nome del riconoscimento delle culture, della tolleranza e, va da sé, della sicurezza. Proprio perché l’esistenza dei migranti è gravata da fardelli e avvolta dai nostri pregiudizi, è veramente opportuno che siano pubblicati dei libri che raccontano le cose come stanno, che cioè riportano il discorso sulle migrazioni alla realtà elementare delle condizioni in cui i migranti si trovano a vivere, dal momento in cui approdano sulle nostre coste o riescono a entrare nello spazio della nostra società. Questo libro – pensato come uno strumento agile, leggibile e informato per chi non ha competenze specifiche in materia – svolge egregiamente il suo compito. Appoggiandosi sui dati disponibili, su testimonianze dirette dei migranti – quando è possibile –, sulla conoscenza della legislazione vigente e delle procedure amministrative, il volume che avete cominciato a leggere documenta l’impressionante esistenza separata dei migranti, con tutte le sue ombre, le incomprensioni da cui è avvolta, gli ostacoli in cui non può che inciampare, i doppi messaggi da cui è perennemente accolta, e anche la buona volontà – quando c’è – dei singoli operatori o funzionari che operano in istituzioni vincolate al perenne ricatto dell’emergenza.

Strutturato come un viaggio che descrive l’impatto dei migranti sulla nostra società, e viceversa, questo libro comincia facendo il punto sulle cifre relative alla presenza degli stranieri, ai permessi accordati, alle carte che li riguardano, alla valutazione dei clandestini, reali e presunti. Chiama in causa l’“accoglienza” dei CPT, i centri di detenzione che, al di fuori di qualsiasi legalità costituzionale e rispetto dei diritti umani, sono stati escogitati come discarica dei migranti eccedenti o in via di espulsione. Individua come la retorica, politica e mediale, dell’“emergenza” condizioni non solo il comportamento delle istituzioni, ma anche l’atteggiamento della società nel complesso verso i migranti. Denuncia – non si potrebbe fare altrimenti – l’inesistenza di qualsiasi politica di asilo, ciò che fa dell’Italia il paese europeo più sordo alle esigenze di chi, nel mondo, è privato di diritti umani elementari.
Racconta le prospettive professionali dei migranti che tentano di farcela, di lavorare e intraprendere, bloccati dai lacci amministrativi e dal sospetto generalizzato. Infine, esamina, grazie anche a interviste sul campo, i destini dei marginali, delle donne che si prostituiscono e dei minori che vengono “accolti” dalle nostre istituzioni assistenziali ed educative. Documentato, deliberatamente spoglio di enfasi apologetiche o di denuncia, questo libro è dunque un’introduzione alla realtà delle migrazioni che può interessare non solo i neofiti ma anche gli studiosi.
Naturalmente, questi ultimi dovranno accettare uno stile che, fortunatamente, deve di più al linguaggio del buon giornalismo che alla retorica accademica. Ma forse, il ritorno a sintesi, descrizioni e analisi “giornalistiche” – come era nello spirito della vivace sociologia americana e tedesca degli anni venti – è proprio quello di cui oggi le scienze delle migrazioni hanno davvero bisogno.

Per gentile concessione della Casa editrice Carocci pubblichiamo la prefazione al libro:

Tiziana Barrucci, Stefano Liberti
Lo stivale meticcio. L´immigrazione in Italia oggi
Carocci, 2004
150 pp, euro 11,50
 
 segnalato da ziganka

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Categoria: saggi

lunedì, 03 gennaio 2005
 

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(...) Moby e io vivevamo in Bosnia.

In Bosnia era nato lui, in Bosnia sono nato io.

Eh, se Moby fosse accanto a me gli chiederei:

"Moby, tu sai tacere meglio di me, dimmi:

che paese è il nostro Paese, La Bosnia?

Moby avrebbe forse abbaiato:

"Senti vecchio mio, è semplice, ti dirò tutto,

in Bo-sni a se-i na-to tu,

in Bo-sni-a so-no na-to io..

Bau-bau... la-la-la (...)

da: Bozidar Stanisic, Il mio cane Moby, in: Quaderno balcanico, Loggia de' Lanzi, Firenze, 1998, pag.98

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Categoria:

domenica, 26 dicembre 2004
 

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Djebar Assia
Bianco d'Algeria
Il Saggiatore

Muovendo da un dialogo ideale, in prima persona,
con tre amici intellettuali uccisi dalla
violenza della guerra civile, sempre più
feroce, Assia Djebar dilata di confini di "Bianco d'Algeria"
sino a farne il racconto autobiografico
di una donna e di tutto il suo popolo.
 
 
Da: Il Manifesto, 24 Novembre 1998



IL SANGUE D'ALGERIA NELLA NARRAZIONE DI UNA ESILIATA. DUE NUOVI LIBRI DI ASSIA DJEBAR ESCONO CONTEMPORANEAMENTE IN ITALIA

L'INTELLETTUALE CAPRO ESPIATORIO

- TONI MARAINI -

Come è nato "Bianco d'Algeria"?

Nel febbraio 1995 mi trovavo per un seminario in California; per sormontare lo sconforto pensando ai miei amici assassinati (Abdelkader Alloula, Mahfoud Boucebci, M'Hamed Boukhobza) rievocavo tra me e me la nostra amicizia, l'amicia di una vita. Riaffiorarono vividi alla mia memoria momenti vissuti insieme; talvolta - come succede coi ricordi - dettagli quasi futili. Quando danzavo con Boucebci, o quando avevo tanto riso al Teatro di Algeri per il Diario di un pazzo di Gogol messo in scena da Abdelkader (Alloula). Mi accorsi che parlavo e dialogavo con loro, amici fraterni ai quali volevo esprimere il mio affetto, sgridarli - perfino - per non avere preso i dovuti accorgimenti. Alloula per esempio, era stato avvertito che era il primo sulla lista delle persone da abbattere, ma non aveva detto nulla alla moglie e alla madre ed era rimasto a vivere nella sua casa ad Orano. Sentii allora il bisogno di scrivere. Se la casa brucia e tutto prende fuoco e sparisce, e se non posso descrivere il fuoco, posso almeno parlare di coloro che abitavano la casa, un'Algeria che esisteva e non c'è più. Volevo scrivere e dare vita a dei momenti di amicizia condivisa. Ho tentato di raccontare sobriamente la morte dei miei amici. Nel rituale funebre che accompagna la morte individuavo dettagli significativi. Mi chiesi allora perché la scrittura conduce alla morte, in Algeria? Nella storia d'Algeria lo scrittore è stato un capro espiatorio, vittima di un contenzioso politico. La cultura non ha svolto il suo ruolo, è rimasta come imprigionata in una zona intermedia, contesa, sospetta. Ho evocato la tragica morte di una ventina, tra uomini e donne, protagonisti della vita culturale algerina, ho ricostruito fatti, dati, dettagli, eventi, descritto liturgie e sepolture, diverse secondo i clan; e pur parlando di morte è la storia dei vivi che è emersa. Qualcosa non ha funzionato nella nostra storia sin dal momento della lotta per l'indipendenza; qualcosa si è inceppato. Mi sono chiesta, per esempio, quando il ricorso alla tortura è passato dal campo della repressione coloniale a quello dell'Algeria indipendente; quando è stata introiettata la violenza...

"Orano, lingua morta", il primo racconto di "Nel cuore della notte algerina", narra l'assassinio di una coppia di militanti da parte dell'Oas (inizi anni '60 ) e si conclude con il recente assassinio, da parte di alcuni giovani armati, di un professore universitario...

Il primo racconto che ho scritto per questo libro è, veramente, Ritorni senza ritorno. Dopo Bianco d'Algeria, e dopo la morte di mio padre, avevo deciso di non scrivere più sulla morte. Mi era stato chiesto ancora una volta un racconto sull'Algeria, ma non mi risolvevo a scriverlo. Poi, passai qualche giorno a Venezia e qualcosa nelle sue stradine, nei suoi rumori e odori, mi ricordò una medina araba; riemersero dei ricordi; scrissi di getto Ritorni senza ritorno. Tornata a Parigi mi misi al lavoro; ogni persona che veniva d'Algeria, l'ascoltavo febbrile; assorbivo come una spugna, storie dimenticate, destini singolari, ricordi di parenti di persone amiche o conoscenti su eventi del passato. Scrissi dei testi "di ascolto". Volevo ricostruire, attraverso i ricordi, un percorso che raccontasse ancora una volta la violenza e le sue vittime; e anche l'amore, gli affetti, i percorsi tra Francia e Algeria. Nel racconto Il corpo di Félicie, per esempio, ho voluto rendere omaggio a vittime che erano donne ed europee; vittime per le loro idee, per avere amato l'Algeria, per avere scelto di vivervi. Lo straniero è un'immagine fondante nella letteratura maghrebina. Poi vi sono gli altri percorsi, destini di donne in vari modi coinvolte nel dramma odierno dell'Algeria. Ogni volta che finisco un libro dico "non scriverò più sull'Algeria", e poi...

Dopo i suoi primi quattro romanzi (1956-1967) lei era rimasta un decennio senza pubblicare.

Per molti anni non pubblicai nulla, ma continuavo a fare ricerche di storia e sociologia, e a scrivere testi che saranno poi inclusi in Donne d'Algeri nei loro appartamenti (Giunti 1988); girai anche due film per la tv algerina. Ma ero bloccata sulla questione della lingua francese; volevo capire per chi scrivevo, per quale lettore... Oggi tuttavia non mi pongo più il problema della lingua, ma delle lingue; delle mie lingue perdute - e dell'alfabeto perduto (quello berbero) -; mi interessa ciò che avviene nell'inter/lingua (l'entre deux langues) e tra le lingue.... La lingua come perdita dovrebbe essere vissuta dagli scrittori maghrebini come ricerca delle tracce in zone oscure della storia, zone su cui ci spetta di gettare luce.

http://soalinux.comune.firenze.it/cooperativadonne/docs/assia.htm

Assia Djebar
Assia Djebar, nata a Cherchell, in Algeria, è tra gli scrittori del Maghreb più conosciuti nel mondo, e le sue opere sono state tradotte in numerose lingue. Sostenitrice dell'emancipazione femminile nel mondo islamico, vive tra la Francia e gli Stati Uniti, dove dirige il Center for French and Francophone Studies, in Louisiana.

Pubblicazioni
Tra le sue opere di narrativa tradotte in italiano: Donne d'Algeri nei loro appartamenti, Nel cuore della notte algerina (Giunti, 1988, 1998), Vasta è la prigione (Bompiani, 2001). Il Saggiatore ha pubblicato Bianco d'Algeria (1998) e Le notti di Strasburgo (2000). Assia Djebar è nota anche come regista, e ha vinto nel 1979 il premio della critica internazionale al festival del cinema di Venezia.
http://soalinux.comune.firenze.it/cooperativadonne/docs/alger1.htm

















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Categoria: maghreb

mercoledì, 22 dicembre 2004
 

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Rompere il monologo

(...) Per me che vivevo la condizione dell'immigrato era importante soprattutto rompere questo monologo, una comunicazione a un senso soltanto, era un mio forte desisderio, raccontare come siete fatti voi, come sono io, ma questa non era un'operazione così semplice ed immediata perchè nella mia valigia si trovavano tante domande in diversi "abiti" linguistici: in arabo, woolof (ndr lingua del senegal), francese, inglese e tedesco, ma nessuna era in lingua italiana. Stavo allora compiendo un viaggio verso un paese sconosciuto dove io ero vissuto come sconosciuto, straniero agli altri. Mi chiedevo con insistenza come fosse possibile trovare il modo per spezzare questo monologo.

Reagire significava trovare uno strumento efficace in grado di raccontare anche il mio vissuto, uno strumento che potesse servire come denuncia della realtà e che, nel contempo, potesse anche dare informazioni. Questo strumento era un libro: la promessa di Hamadi. Come ho già detto a quel tempo, dentro la mia valigia, non disponevo della lingua italiana, era quindi necessario collaborare con un altra persona, anche se in quel periodo non si poteva immaginare ancora che immigrati e italiani, insieme, potessero collaborare per produrre qualcosa.

Saidou Moussa Ba durante un incontro organizzato a Brescia dal centro interculturale Punto Informa (Novembre 2003)

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Categoria: africa

lunedì, 20 dicembre 2004
 

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BANDO CONCORSO EKS&TRA 2005

XI EDIZIONE - IL CUORE ALTROVE

L'Associazione Eks&Tra, l'assessorato all'immigrazione e il Centro di educazione interculturale della Provincia di Mantova, l'assessorato all'immigrazione del Comune di Mantova, il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Bologna, per far conoscere al pubblico italiano i valori culturali di cui sono portatori i migranti, e favorire l'integrazione fra espressioni e tradizioni diverse, indicono la undicesima edizione del concorso letterario Eks&Tra per scrittori migranti.



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Categoria: eventi

venerdì, 17 dicembre 2004
 

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20
Dicembre

Aula Magna Istituto Avogadro
Via Rossini 18 (TO) angolo Corso San Maurizio
alle ore: 19.30

VOCI DAL DESERTO
Tanya Reinhart e Aharon Shabtai
La lettura di poesie di Aharon Shabtai sarà seguita da un intervento di Tanya Reinhart e dal dibattito.
L’incontro è promosso e organizzato dall’Associazione Culturale Itàca di Ivrea in collaborazione con numerose organizzazioni locali e con la casa editrice Marco Tropea Editore. Ulteriori informazioni sul sito www.frammenti.it.
Hanno aderito Casa delle Donne, Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Donne in Nero, Ebrei contro l’Occupazione










Postato da: alp alle 21:07 | link | commenti | Torna su


Categoria: eventi

 

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"L'amore, la guerra"

Traduzione di Daniela Marin e Eleonora Salvadori.

Questo romanzo è una delle opere migliori della narrativa del Magreb.

Non è possibile raccontare in breve la trama: è una storia che intreccia elementi diversi e complessi: la formazione intellettuale di una giovane algerina nella scuola francese, la storia del suo paese e il ruolo della donna nella società araba. Passato e presente si snodano e si legano in continui scambi rivelando lo stile di una scrittrice di grande capacitˆ espressiva.

Anche a detta della stessa autrice, questo è il suo romanzo più bello.

Assia Djebar, scrittrice e cineasta algerina, ha pubblicato una decina di romanzi, tra i più recenti ricordiamo "Donne d'Algeri nei loro appartamenti" (Giunti) e "Ombre Sultane".

Per la sua attività di scrittrice, ha ottenuto diversi premi francesi e internazionali e con il film "La Nouba des Femmes du Mont Chenoua" ha vinto il premio internazionale della critica alla Biennale di Venezia del 1979.

250 pp. € 16,00 ISBN 88-7164-041-1

Postato da: alp alle 13:05 | link | commenti | Torna su


Categoria: maghreb

 

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"Elogio della creolità / Èloge de la créolité"

Traduzione di Daniela Marin e Eleonora Salvadori.

Il libro, a metà strada tra la narrazione e la saggistica, costituisce una specie di manifesto della letteratura creola: esalta l'importanza della tradizione caraibica, il valore del meticciamento che è il carattere proprio della società attuale.

Dallo scambio e dalla reciproca influenza possono nascere nuove forme espressive, che hanno l'orgoglio del caraibico e la ricchezza espressiva della contaminazione linguistica.

Da questa rivendicazione dell'autonomia della cultura creola sono usciti testi che sono stati ampiamente premiati in Europa. Uno per tutti, il romanzo ÒTexacoÓ di Patrick Chamoiseau, vincitore in Francia del premio Goncourt e uscito in Italia da Einaudi.

124 pp. € 13,50 ISBN 88-7164-084-5



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Categoria: letteratura creola